sabato 27 agosto 2011

TANGENTOPOLI MAI FINITA?

TANGENTI PER CHI?

Dal primo giorno in cui è stata resa pubblica l’inchiesta su Filippo Penati, si è sviluppata sotto traccia tra i militanti e tra tutti coloro che hanno seguito la vicenda una discussione, in cui la domanda centrale è: “i soldi li ha (o li hanno) presi per sé o per il partito?”

Se invece che del partito stessimo parlando della Croce Rossa o della Lega per la lotta contro il cancro forse un significato morale questa discussione lo avrebbe: si tratterebbe di decidere se, in termini molto grossolani, il fine può giustificare i mezzi. E, per certi aspetti, la stessa cosa si potrebbe anche dire se il destinatario finale delle tangenti fosse il partito politico, in situazioni “estreme”: se il partito, ad esempio, opera in condizioni di clandestinità, oppure se c’è di mezzo la vita dei militanti. Penso cioè a situazioni oggettivamente manichee, dove ci si deve necessariamente schierare, soprattutto perché si opera in condizioni in cui non sono assicurati i diritti civili.

Ma qui stiamo parlando di tutt’altro. Ammettiamo per ipotesi che un amministratore pubblico faccia incetta di tangenti per portare molto denaro al partito: lo possiamo per questo assolvere o anche solo giustificare? Perché esattamente questo sottende il quesito: se si prendono soldi per il partito, in fondo, si è meno colpevoli o, nel migliore dei casi, non si è affatto colpevoli, perche si è rischiato in proprio per la causa.
Ma se oggi un amministratore pubblico dirotta molto denaro di provenienza illecita verso i vertici del suo partito difficilmente lo fa per un ideale o per un fine superiore. Mi sentirei invece di sostenere che lo fa soprattutto per acquisire visibilità, credito e potere all’interno del partito stesso.

È così che a volte i partiti sembrano avere una doppio  codice: da una parte tutto l’apparato formale, gli statuti, i regolamenti, le strutture, ecc., dall’altra il vero apparato, quello per gli addetti, gli iniziati. Ovviamente quello che conta è il secondo, il codice del potere, dove spesso, appunto, contano molto i soldi che si fanno confluire nelle casse del partito, o meglio, di un leader o di una corrente.

Sono questi i meccanismi che sgretolano giorno dopo giorno la vita interna e la democrazia di un partito, perché la discussione politica avrà sempre meno importanza e conteranno sempre più gli schieramenti personalizzati. “Con chi stai?” diventa la domanda prevalente. Non ha più importanza ciò che un militante pensa, o il contributo che è in grado di dare,  e nemmeno il consenso e i voti che è capace di portare al partito. Conta solo stare con questo o con quello. È così che si creano le gerarchie reali ed è attraverso questi meccanismi di appartenenza che si formano le liste elettorali.

Per questo credo che la domanda “i soldi li ha presi per sé o per il partito?” sia una cattiva domanda: chi chiede tangenti o si lascia corrompere, in ultima analisi, lo fa sempre per sé. Semplicemente, se ha attitudini manageriali lo fa in grande e con un altro stile.

Ammettiamo per esempio che un sindaco, come contropartita, parziale o totale, per rendere edificabile un’area verde si faccia regalare le strutture, tendoni, capannoni, attrezzature, ecc. per le manifestazioni del partito: è naturale che possa suscitare ammirazione e avrà la riconoscenza degli iscritti. Non ha intascato soldi per sé, lo ha fatto per il partito! Ma assicurandosi la gratitudine dei suoi compagni si crea automaticamente una posizione di potere all’interno del partito stesso che può servirgli per emarginare le persone che ritiene pericolose per i suoi scopi e che, al tempo stesso, domani gli potrà procurare nuovi incarichi e quindi denaro. Come si vede, questa strada non è per niente migliore dell’altra.

Di Mario De Gaspari

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